Fiducia & Power

Quando parliamo di fiducia nelle nostre vite e nel nostro mondo, il più delle volte ci viene quasi subito spontaneo pensare alla sua assenza. Credo sia normale, anzi, talvolta lecito!Sembra davvero che quasi in ogni fronte delle nostre esistenze raramente ci sia qualcosa o qualcuno di certo cui appoggiarsi: le nostre relazioni spesso mascherano finzioni, chi ha autorità appare tante volte in mala fede, il futuro della nostra società sembra oscuro…

Eppure, spesso più con rassegnazione che con convinzione, ci diciamo che dobbiamo avere fiducia, dobbiamo ricostruirla, dobbiamo dare più fiducia. Il problema è che così il cane si morde la coda: non riesco a fidarmi più, e dovrei comunque donare più fiducia? Mi sembra una soluzione un po’ naïve e superficiale, oltre che inattuabile.

La filosofa Onora O’Neill in un suo discorso su TED, invece, propone una strada che trovo molto più realistica, disincantata e interessante.

Il succo della questione, secondo lei, è che non si tratta tanto di dare nuovamente o di ricostruire fiducia nel nostro mondo – ammesso che sia questo ciò di cui abbiamo bisogno – quanto piuttosto di meritarsi fiducia, di imparare a essere (e dimostrare di essere) affidabili. Quindi si tratta soprattutto di ricevere fiducia, piuttosto che di darne. Mi pare più realistico e fattibile: faccio al meglio quanto mi è richiesto, oppure anche di più, e sicuramente contribuirò ad accrescere la fiducia nei miei confronti e quindi probabilmente anche in quel particolare ambito di vita o di lavoro. Sembra sensato e logico. Eppure anche in questo caso la realtà in cui viviamo spesso dimostra il contrario: chi fa bene e merita fiducia viene molte volte messo da parte e isolato, aumentando il clima generale di sfiducia in chi vorrebbe cimentarsi nel dare il meglio, e favorendo quanti invece sono già inclini a fare i furbi.

Insomma, spesso si infrange anche la fiducia ricevuta da altri a partire dai nostri meriti, e non solo la fiducia che doniamo a chi ci sta vicino.

Quindi, che fare?

In fondo, era proprio questa la domanda che mi spinge qui, ora!

Quando perdiamo la fiducia donata o ricevuta nelle nostre relazioni – professionali e non – non va in crisi solo quella particolare relazione o quel determinato lavoro, ma tutta la nostra vita, tutto il nostro modo di vedere il mondo.

Moltissimi esempi lo dimostrano: la relazione di coppia infranta da un’infedeltà; la fregatura da parte del collega o del socio; la mancata cura da parte di alcuni dottori per negligenza o altro che porta al peggiorare delle condizioni del malato… Tutte questi atti di fiducia mancata non hanno conseguenze solo nell’ambito di quella circostanza determinata, ma in tutta la vita. Le ferite ricevute in quelle e in tantissime altre situazioni si ripercuotono poi in qualsiasi campo e tempo della nostra esistenza, in un circolo vizioso sempre più asfissiante: sono stato ferito nel mio dare o meritare fiducia, quindi mi ritraggo, non do più il meglio di me, non mi espongo più per non essere colpito nuovamente; in questo modo, però, non ricevo più fiducia dagli altri, il che suscita in me una progressiva sfiducia in me stesso e nelle mie capacità, rinchiudendomi sempre di più… e la spirale continua. E le conseguenze si vedono non solo nei singoli, ma in tutta la nostra società.

Per questo non trovo sufficiente concentrarsi sull’essere più affidabili, per quanto necessario, come propone la O’Neill. Così anche non mi basta il generico e inconsistente compito di “ricostruire la fiducia”. Non sta solo qui il punto. Secondo me si tratta anche – e forse soprattutto – di riscoprire quella fiducia originaria che ci è stata donata fin da piccoli senza la quale non viviamo.

Tutti sappiamo come vari studi dimostrino che i neonati si lasciano morire se non trovano un ambiente e delle relazioni originarie, fondamentali, che danno amore e fiducia in un senso della vita. Pur con tutti i limiti e le ferite che questa fiducia e amore hanno e che la psicanalisi ci ha insegnato a riconoscere, senza di essi da bambini non avremmo mai trovato alcuna forza per andare avanti.

E, aggiungo, non troveremmo mai anche per il nostro oggi. Lo stesso, infatti, vale anche per noi adulti! Esistono una fiducia originaria e un amore fondamentale a cui rifarci continuamente. Chiamatela fiducia nell’umanità, nelle scienze, nell’Amore, in ciò che ci dà profondamente senso, o fede in Dio, ma senza di questa non riusciremmo a tollerare lo sforzo sovrumano di continuare a dare fiducia e a cercare di meritarcela. Un grande teologo del XX secolo, ucciso dalle SS, Dietrich Bonhoeffer (1906-1945), parla proprio di questo quando in una delle sue lettere invita a porre l’orecchio nuovamente quel cantus firmus, quell’Amore e Fiducia originari che rendono possibile la sinfonia di tutti i nostri amori, senza il quale in quelle condizioni storiche, all’interno di un carcere nazista, quasi non sarebbe stato possibile vivere. È dalla riscoperta di questa Fiducia, che possiamo vivere meglio il fidarci e il renderci più affidabili, ovviamente senza cadere in ingenuità dolorose che non hanno nulla a che vedere con la fiducia.

Fidarsi è un compito serio, profondo, oggetto di discernimento e non di leggerezza e di superficialità.

Quali atteggiamenti avere, dunque, per intraprendere questo cammino? Non una fiducia passiva, rassegnata a fidarsi a una qualche volontà superiore che faceva il bello e il cattivo tempo con la sua vita, ma una fiducia attiva, pronta a cogliere tutte le occasioni di guadagnare nuovo senso ed energie per la sua vita.

Primo essere protesi con tutti i sensi verso qualsiasi minimo indizio che ci faccia cogliere gioia, amore, senso nascosti trame trame di Matrix.

In secondo luogo, essere pazienti. Spesso quando ci sentiamo carichi ed entusiasti vorremmo subito che tutto il mondo intorno a noi o dentro di noi cambiasse quasi all’istante. E se ciò non avviene – come spesso capita – ci demoralizziamo e torniamo sfiduciati. Osservare ed osservarsi, in una paziente operosa attesa.

Sembrano belle parole, magari anche un po’ troppo sdolcinate, eppure le sento vere: senza di tutto ciò, che gusto ci sarebbe? Probabilmente nessuno, solo un po’ di amaro in bocca. E invece Matrix non finisce mai.

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