E chi non vorrebbe esser felice?

Un’apologia della Felicità!

A cura di Silvio Bartolomei

Mi sembra piuttosto evidente che in questa strana epoca della storia umana che stiamo vivendo, forse come mai prima, in qualsiasi parte del mondo ci stiamo prodigando nello studiare, progettare, ricercare e sperimentare formule per raggiungere la Felicità. Una Felicità che, essendo la speranza albergante nel cuore di qualsiasi essere umano, ha assunto sempre più le sembianze di una nuova “fede” buona per chiunque, onesti e malviventi, sani e malati, autoctoni e immigrati, tanto che talvolta si potrebbe parlare piuttosto quasi di superstizione, un’araba fenice o una chimera!

Interrogarsi su questa nuova “fede” che ci circonda e sui suoi falsi miti per fare qualche osservazione e un po’ di filosofia spicciola, ritengo possa essere di qualche utilità, o quanto meno fonte di qualche sano dubbio per tutti noi.

Un giorno, in una delle nostre conversazioni, il mio analista mi ha detto poche parole che per me sono state cruciali: «Nel momento in cui dichiari di star cercando la Felicità, possiamo dire che tre sono i fatti oggettivi: a) non ce l’hai; b) la tua è una tensione pressoché tendente all’infinito; c) hai decretato (come minimo a livello inconscio) che sei infelice!». Quando ho realizzato la verità di quanto mi diceva, allora mi sono domandato che cosa fosse davvero la Felicità che tanto cercavo. «Delle grandi “seghe” mentali!» è stata quindi la prima risposta spontanea.

Poi, dal momento che non riesco mai a “fermare il mio criceto” interiore (cfr. Ferma il criceto che hai in testa di Serge Marquis), subito un’altra riflessione mi è sorta spontanea: poiché in giro non si fa altro che parlare di felicità, a qualcuno probabilmente conviene tutto questo “pro-muovere” una tale ricerca. Sì, certo, singolarmente chiunque di noi si senta infelice è spinto spontaneamente a cambiare la sua condizione, perché conviene in primo luogo a lui/lei. Se però osserviamo bene ciò che ci viene “pro-posto” e soprattutto come ci viene “pro-mosso”, almeno un dubbio dovremmo porcelo: non si può negare che questa “pro-paganda” della felicità sia presente quasi obtorto collo, quasi con forza opprimente! L’essere felici è diventato un must da ottenere a tutti i costi. Ma come fare ad ottenerla? Ecco quindi spiegato, per esempio, il fiorire e il declinare nell’arco di poco tempo di un numero infinito di cosiddetti guru della felicità che vendono la loro alchimia per il successo e la realizzazione nella vita, assolvendo così al loro compito di controllo e gestione di una collettività sempre più disorientata, i cui desideri divengono facile preda della manipolazione. Compito questo che è anche di altri personaggi del sistema: ci fanno votare per essere più felici, anche se poi dobbiamo arrenderci all’ineludibile realtà che quel che cambia di fatto è veramente poco; ci fanno comprare cose per essere più felici, anche se poi lo stato di benessere si dissolve in poco tempo; ci fanno andare in quel luogo particolare o desiderare quella determinata relazione per essere più felici, per poi scoprire che si tratta solo di illusorie e momentanee evasioni dalla realtà. La ricerca continua della felicità, insieme alla crescita della paura, è una delle due leve principali da sempre usate per il controllo: oltre alla spada, in ogni impero è sempre valso l’adagio latino panem et circenses. Non possiamo non notare come le cose, il possesso, l’uso e il consumo delle stesse abbiano oggi un peso sempre più rilevante per il conseguimento della felicità tanto agognata. Se, poi, ci spingiamo un po’ oltre, è abbastanza chiaro come lo stesso atteggiamento usato verso le cose si rifletta anche nei confronti delle persone: più o meno consapevolmente utilizziamo sempre di più le relazioni e i rapporti come veri e propri beni di consumo, illudendoci che così raggiungeremo quanto cerchiamo! È quanto emerge anche dai dati: come acquistiamo, consumiamo e gettiamo sempre più beni – e tra questi spiccano quelli alimentari, spesso gettati nella spazzatura ancora edibili in quantità molto rilevanti – così acquistiamo, consumiamo e gettiamo anche le nostre relazioni, che siano di coppia (sempre più brevi), professionali (sempre meno stabili), oppure familiari, amicali, etc.

Dunque – mi sono detto – esiste una falsa felicità che probabilmente è indotta e favorita in quanto utile a qualcuno.

Ma allora esiste la Felicità? Non ho una risposta a questa domanda, e chi ha avuto la pazienza – oggi ne abbiamo sempre meno – e il tempo – anche questo sempre più risicato tra le mille cose da fare – di arrivare fin qui nella lettura di questo breve testo, forse resterà deluso. Posso solo suggerire un piccolo passo ulteriore nella nostra comune ricerca.

«Felicità – secondo l’enciclopedia Treccani – è lo stato d’animo di chi è sereno, non turbato da dolori o preoccupazioni e gode di questo suo stato». Credo sia utile evocare la ricerca di Ken Wilberg per specificare e rafforzare la differenza tra “stato” e “stadio” e specificare che a mio avviso solo queste due parole sono essenziali per avvicinarci alla Felicità con una visione un po’ diversa e meno consumistica: lo “stato” è temporaneo, mentre lo “stadio” è una condizione permanente frutto del persistere nel tempo di un determinato “stato”. Un po’ come l’età: una volta compiuti gli anni in un determinato giorno (lo “stato”), da quel momento non puoi più tornare indietro (lo “stadio”)! Dunque, se la Felicità è uno “stato” prima e uno “stadio” possibile poi, tutto si gioca attorno al fattore tempo e non attorno al fattore spazio (come invece vorrebbe il nostro mondo consumistico che annienta il tempo in favore di uno spazio da riempire di cose e di persone). Attenzione però a non correre il rischio di fraintendere questa affermazione: c’è infatti chi entra nella trappola del tempo, sostenendo che «Soltanto una volta ero felice» o «Sarò felice soltanto se …», perdendosi in un passato o in un futuro mai raggiungibili. Personalmente ho continuato a fluttuare tra passato e futuro in una ricerca spesso per me inconcludente, ma molto fruttuosa per i venditori di felicità.

Ciò che mi sento di condividere alla fine di queste riflessioni, dunque, è che a me interessa che la felicità diventi uno “stadio” e non uno “stato”. Nel momento in cui la felicità diventerà uno “stadio” questa acquisirà una dizione diversa: sarà gioia! Per perseguire questo obiettivo sono sul sentiero da decenni e mi sto rendendo sempre più conto di come felicità e autenticità debbano andare sempre a braccetto: è come se una fiorisse solo quando c’è l’altra e viceversa. E mi accorgo che questo accade solo quando sono sul pezzo, sono presente e mi appassiona ciò che sto facendo nel momento presente, qualsiasi cosa sia, dal lavorare al PC al leggere delle notizie, dallo studiare, dal camminare o arrampicare (è la ricetta che Padre David Steindl-Rast esplora in un bel video TED di qualche tempo fa).

Essere presenti, stare sul qui e ora, in “ciò che accade, qualsiasi cosa accada, mentre sta accadendo”! Questo è stare sul sentiero della felicità per me, nell’obiettivo che essa prima o poi si trasformi in gioia. Uno sport non semplice, a volte estremo, in cui sono impegnato ad ascoltare e ascoltarmi, pensare a cosa sta accadendo e procedere (talvolta in notti buie e tempestose), ma sempre con la speranza nel cuore che questa strada conduca davvero alla meta.

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *